
Siccar Point, l’affioramento più famoso del mondo
17 Ottobre 2026Qui su l’arida schiena
Del dormidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor né fiore,
Tuoi crespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra…
(La ginestra o il fiore del deserto, Giacomo Leopardi)
Immagina di trovarti a Miseno, all’estremità settentrionale del Golfo di Napoli, in un primo pomeriggio di fine estate dell’anno 79.
Il mare è calmo, il cielo limpido. All’improvviso, a una trentina di chilometri di distanza, sopra la sagoma verde di una montagna che tutti conoscono come un monte fertile e tranquillo, si leva una nuvola dalla forma strana. Un tronco altissimo, chiaro e scuro a chiazze, che in cima si apre in rami come quelli di un pino marittimo.
A raccontarlo, pochi anni dopo, sarà un ragazzo di diciassette anni che quel giorno guarda la nuvola dalla finestra di casa: Plinio il Giovane. Suo zio, Plinio il Vecchio, comandante della flotta romana, sta per salpare verso quella nuvola. Non tornerà.
L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è l’evento vulcanico più famoso della storia, ma è anche uno dei meglio documentati dal punto di vista scientifico. Per una volta, infatti, hai a disposizione contemporaneamente una testimonianza oculare scritta e un archivio geologico quasi perfetto: strati di pomici, ceneri e flussi piroclastici che raccontano, strato dopo strato, ciò che accadde. In questo articolo imparerai a leggerli.
Il Vesuvio prima del 79 d.C.: un vulcano che «dormiva»
Prima dell’eruzione del 79 d.C. il Vesuvio non appariva come il vulcano isolato e appuntito di oggi, ma come una singola montagna maestosa e verdeggiante, ricoperta da boschi e celebri vigne, ed era considerata un monte spento.
La cima non era l’attuale Gran Cono, ma un unico grande massiccio montuoso corrispondente a ciò che oggi chiamiamo Monte Somma.
La montagna era molto più alta rispetto ad oggi, con una stima che superava i 1.500–2.000 metri. La sua sommità era piatta o caratterizzata da un’ampia e antica caldera coperta di vegetazione e pascoli, senza il cratere attivo visibile oggi.
Il Vesuvio non era considerato un vulcano attivo dai Romani non lo consideravano, ma un monte benigno vista la fertilità dei suoi terreni.
I pendii erano estremamente fertili grazie ai terreni vulcanici del passato e celebri per la produzione di ottimi vini (come il Vesuvinum).
Sebbene ci fosse stato un forte terremoto nel 62 d.C., nessuno comprese la sua natura vulcanica.
Per capire l’eruzione del 79 devi prima guardare il vulcano che i Romani avevano davanti agli occhi. Il Somma-Vesuvio è un edificio complesso, composto da un vecchio cono, il Monte Somma, la cui caldera si è formata e modificata nel corso di eruzioni esplosive successive (fra queste, l’eruzione delle Pomici di Avellino, avvenuta circa 3.950 anni fa), e da un cono più recente, il Vesuvio vero e proprio, cresciuto al suo interno.
I magmi che alimentano il sistema sono alcalino-potassici, ricchi di gas disciolti e relativamente viscosi quando evolvono: un ingrediente ideale per eruzioni esplosive. Ma nel I secolo d.C. nessuno lo sapeva. Lo geografo Strabone descrive la cima del monte come arida e color cenere, intuendo che un tempo vi fosse stato un fuoco; nel 73 a.C.
Spartaco e i suoi uomini trovarono rifugio sul cratere, che evidentemente era un luogo difendibile e privo di attività. Le pendici erano coltivate a vite e a cereali, e ai suoi piedi sorgevano città prospere come Pompei, Ercolano, Stabia e Oplontis.
Un segnale, però, c’era stato: un forte terremoto danneggiò gravemente Pompei intorno al 62 d.C. (63 secondo alcune fonti). Oggi lo leggeremmo come un possibile episodio precursore, legato alla risalita e alla pressurizzazione del magma. Allora fu interpretato come una semplice calamità sismica, e la città venne ricostruita.
Le fonti: Plinio il Giovane e il record geologico
Le due lettere di Plinio il Giovane allo storico Tacito (Epistulae VI, 16 e VI, 20) sono il primo resoconto di un’eruzione esplosiva descritto con precisione quasi scientifica: la colonna a forma di pino, la caduta di pomici, il buio improvviso, i terremoti, il mare che si ritira dalla costa.
Tanto che, in vulcanologia, un’eruzione di questo tipo si chiama ancora oggi eruzione pliniana.
Il secondo archivio sono i depositi geologici. Stratigrafie e analisi granulometriche, a partire dal lavoro pionieristico di Sigurdsson e collaboratori negli anni Ottanta e dai numerosi studi successivi, hanno permesso di ricostruire l’evoluzione dell’eruzione in modo molto dettagliato.
Il testo di Plinio ti dice cosa si vide; la geologia ti dice cosa accadde.
Cronologia dell’eruzione: le fasi
L’eruzione durò circa 19 ore e si può suddividere in due grandi stadi: una fase di caduta di materiale (pomici e ceneri) e una fase di correnti di densità piroclastiche.
Fase iniziale: l’apertura del condotto
L’eruzione inizia con un’attività freatomagmatica, quando il magma in risalita interagisce con acque di falda e rocce del substrato, che frammentano violentemente il tappo di roccia. Sono le prime esplosioni, con cenere e piccoli blocchi, che segnalano la fase di apertura del condotto.
Fase pliniana: la colonna e la pioggia di pomici
Poco dopo, intorno a mezzogiorno-primo pomeriggio del primo giorno, si instaura una colonna eruttiva sostenuta che raggiunge rapidamente altezze di diversi chilometri e, nelle fasi di massima intensità, supera i 30 km.
La miscela di gas e frammenti di magma viene espulsa dal cratere con velocità elevatissime e sale per spinta convettiva, poi si espande lateralmente nella stratosfera a formare la caratteristica «chioma a pino».
Da questa nube ricadono le pomici. Il materiale si distribuisce secondo la direzione dei venti in quota, che nel 79 soffiavano verso sud-est: ecco perché Pompei, circa dieci chilometri a sud-est del cratere, fu investita subito, mentre Ercolano, a ovest, ne ricevette molto poco.
Nella successione dei depositi si distinguono due unità:
- pomici bianche, di composizione fonolitica, emesse nella prima parte, derivanti dalla porzione più evoluta e superiore della camera magmatica;
- pomici grigie, di composizione più basica (tefri-fonolitica), emesse successivamente, che testimoniano lo svuotamento verso livelli più profondi del serbatoio.
Alla fine di questa fase, a Pompei si erano accumulati circa 2,5-3 metri di lapilli. Le persone rimaste in città (molti si erano già allontanati) vivevano in una situazione sempre più critica: buio, caduta continua di pomici, tetti sottoposti a un carico crescente che in diversi casi ne provocò il crollo.
Fase delle correnti piroclastiche: il collasso della colonna
Quando la portata del magma e la composizione del flusso cambiano, la colonna non riesce più a sostenersi: collassa. Nasce così una serie di correnti di densità piroclastiche (PDC), masse di gas caldissimi e frammenti che scorrono lungo i fianchi del vulcano a decine di metri al secondo e su distanze di chilometri.
Le prime correnti arrivarono a Ercolano nella notte tra il primo e il secondo giorno, dopo circa 12 ore dall’inizio dell’eruzione. A Pompei i flussi più devastanti giunsero nelle prime ore del mattino successivo. L’eruzione si concluse con una fase freatomagmatica, con ulteriori correnti e abbondante cenere fine.
Quando avvenne davvero: 24 agosto o autunno?
La data tradizionale, il 24 agosto del 79, deriva dai manoscritti delle lettere di Plinio il Giovane. Ma da tempo gli studiosi hanno dei dubbi, perché molti elementi emersi dagli scavi sembrano più coerenti con l’autunno: frutta e prodotti tipicamente autunnali, bracieri e abiti pesanti, un’anfora di vino nuovo.
Nel 2018 a Pompei è stata inoltre scoperta un’iscrizione a carboncino, tracciata su una parete durante lavori di ristrutturazione, che riporta una data corrispondente al 17 ottobre: se l’iscrizione fu scritta pochi giorni prima dell’eruzione, la data tradizionale va rivista.
Il dibattito resta aperto, ma è un bell’esempio di come geologia, archeologia e filologia lavorino insieme: una cifra copiata male in un manoscritto medievale può spostare l’eruzione di due mesi.
Pompei ed Ercolano: due città, due morti diverse
Uno degli aspetti più istruttivi dell’eruzione del 79 è che le due città più famose furono distrutte in modi differenti, a seconda della loro posizione.
Ercolano, sul lato occidentale e molto più vicina al cratere, fu investita da correnti piroclastiche molto dense e calde. Venne sepolta sotto 15-20 metri di depositi, che sigillarono edifici, travi di legno carbonizzate e oggetti organici. Gli studi sugli scheletri ritrovati nei fornici sul mare indicano temperature di centinaia di gradi (nell’ordine dei 400-500 °C o più): una morte pressoché istantanea per shock termico, come mostrato da lavori pubblicati su Nature nel 2001 e, più recentemente, dall’analisi di materiale cerebrale vetrificato su un individuo di Ercolano.
Pompei, più lontana, subì prima la pioggia di pomici e poi le correnti diluite e meno calde, con temperature stimate nell’ordine di alcune centinaia di gradi o meno. Le cause di morte includono crolli, soffocamento da cenere e gas e, in molti casi, l’impatto delle correnti. I vuoti lasciati dai corpi nella cenere, che l’archeologo Giuseppe Fiorelli riempì di gesso a partire dal 1863, sono i celebri calchi di Pompei.
Il numero delle vittime è ancora oggetto di stima: nelle sole aree scavate sono stati rinvenuti oltre un migliaio di corpi, e si ritiene che molti abitanti riuscirono a fuggire durante la prima fase, la più lunga e meno letale.
Quanto fu potente l’eruzione del 79. d.C.? Magnitudo e confronti
Nella scala VEI (Volcanic Explosivity Index) l’eruzione del 79 d.C. è generalmente classificata come VEI 5.
Il volume di magma emesso, espresso come roccia densa equivalente, è dell’ordine di alcuni chilometri cubi, e l’energia termica rilasciata è stata paragonata a molte migliaia di volte quella delle bombe atomiche del 1945.
Non si tratta però della più grande eruzione europea: l’eruzione dell’Ignimbrite Campana dei Campi Flegrei, circa 40.000 anni fa, fu di ordini di grandezza superiore. Ma è l’unica ad aver cristallizzato in modo così nitido un’intera società nell’istante della catastrofe.
Cosa ci insegna oggi l’eruzione del 79 d.C.
Il Vesuvio non erutta dal 1944 e per questo si trova in uno stato di quiescenza. È uno dei vulcani più monitorati al mondo: la sorveglianza è affidata all’Osservatorio Vesuviano dell’INGV, con reti sismiche, geodetiche e geochimiche. Il piano nazionale di protezione civile individua una zona rossa che comprende decine di comuni e centinaia di migliaia di persone, e prende come scenario di riferimento un’eruzione sub-pliniana di tipo 1631, più contenuta di quella del 79 ma comunque capace di produrre correnti piroclastiche.
La lezione dell’eruzione del 79 è semplice e scomoda: la parte più pericolosa non arriva all’inizio. I primi segnali, la pioggia di pomici, lasciano ore preziose per mettersi in salvo; chi resta rischia di incontrare le correnti piroclastiche, rapide e non evitabili. La prevenzione, in vulcanologia, significa soprattutto tempo e comunicazione del rischio.
Domande frequenti
La data tradizionale è il 24 agosto del 79, ma ritrovamenti archeologici recenti, tra cui un’iscrizione a carboncino a Pompei, suggeriscono che l’eruzione sia avvenuta in autunno, probabilmente ad ottobre.
L’attività principale durò circa 19 ore, dal primo pomeriggio del primo giorno alla mattina del giorno successivo, con una prima fase di caduta di pomici e una seconda fase dominata dalle correnti piroclastiche.
Ercolano si trova più vicino al cratere e sul lato occidentale: fu risparmiata dalla pioggia di pomici, spinta verso sud-est dal vento, ma fu travolta da correnti piroclastiche dense che la seppellirono sotto 15-20 metri di depositi.
Non esiste una cifra certa. Sono stati rinvenuti oltre mille corpi nelle aree scavate, ma molti abitanti riuscirono a fuggire. Le stime complessive delle vittime variano in base ai criteri adottati.
Sì. Il Vesuvio è un vulcano attivo in quiescenza, la cui ultima eruzione risale al 1944. È monitorato in continuo dall’Osservatorio Vesuviano dell’INGV e dispone di un piano di emergenza per la zona rossa.
Approfondimenti
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