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I Campi Flegrei: geologia e rischi

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I Campi Flegrei sono una grande caldera vulcanica dentro la quale ci sono tante bocche eruttive: Monte Nuovo, Averno, Astroni, Agnano-Monte Spina.

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Dove si trovano i Campi Flegrei?

I Campi Flegrei sono un’area vulcanica nel golfo di Pozzuoli che interessa i comuni di Bacoli, Giugliano, Monte di Procida, Napoli, Pozzuoli e Quarto.

Questa zona è interessata da una intensa attività vulcanica fin dall’antichità, tanto è vero che il nome Campi Flegrei viene dal greco flègo, che significa “brucio”, “ardo”.

La caldera dei Campi Flegrei è nata da due collassi di un vulcano originario, avvenuti dopo due grosse eruzioni che hanno “cosparso” su vastissime aree dei tipici prodotti vulcanici: l’Ignimbrite Campana e il Tufo giallo napoletano.

Le due grandi eruzioni che hanno formato i Campi Flegrei sono avvenute rispettivamente 39000 e 15000 anni fa.

Negli ultimi 12000 sono avvenute ben 61 eruzioni nell’area flegrea, tutte di tipo esplosivo. L’area dei Campi Flegrei è da sempre interessata da movimenti verticali del suolo (questo fenomeno è conosciuto con il nome di bradisismo), terremoti e attività termale e fumarolica (solfatara di Pozzuoli).

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Cronogramma dell’attività eruttiva dei Campi Flegrei. In giallo l’eruzioni dell’Ignimbrite Campana e del Tufo Giallo Napoletano, le due più potenti (VEI=7) nella storia dei Campi Flegrei. Fonte: INGV.

L’Ignimbrite Campana

L’Ignimbrite Campana è il prodotto di quella che viene definita la più violenta eruzione esplosiva (conosciuta) avvenuta nel Mediterraneo.

Secondo gli studiosi il centro eruttivo di questa eruzione era ubicato nei Campi Flegrei e che sono stati eruttati 150 km3 di magma.

Le ceneri emesse durante questa eruzione hanno ricoperto un’area di circa 5 milioni di km2 che si estende dal Tirreno, fino al Mediterraneo orientale e alla Russia.

Oltre alla devastazione locale, per l’accumulo di depositi piroclastici in grado di interrompere completamente il ciclo vitale nel raggio di oltre 100 km dal entro eruttivo, l’eruzione causò sensibili perturbazioni climatiche in tutto il pianeta.

Secondo uno studio del 2020 (The Magnitude of the 39.8 ka Campanian Ignimbrite Eruption, Italy: Method, Uncertainties and Errors) il total Dense Rock Equivalent (DRE) – un calcolo vulcanologico usato per stimare il volume di una eruzione vulcanica – è di 181-265 Km3 . Questo valore corrisponde ad una massa di 47-6.9 x 1014 kg, una magnitudo (M) di 7.7 – 7.8 e un Volcanic Explosivity Index (VEI) pari a 7.

La caldera generata dall’eruzione copre un’area di circa 230 km2 e fu soggetta ad uno sprofondamento medio di circa 700 m , come suggerito dalle perforazioni profonde.

Secondo una ricerca scientifica l’eruzione è avvenuta in due fasi. La prima fase è stata esplosiva freatomagmatica di apertura del condotto, mentre la seconda fase è stata pliniana e ha prodotto una colonna eruttiva alta 40 km.

Il tufo giallo napoletano

L’eruzione del Tufo Giallo Napoletano, avvenuta 15.000 anni fa è la seconda per impatto sul territorio e energia liberata nella storia dei Campi Flegrei. Il territorio dell’area napoletana era molto diverso da quello dei giorni nostri.
Il livello del mare era più basso di quello attuale, le isole di Ischia e Procida formavano un’unica penisola e Capri era unita alla penisola sorrentina.
Il litorale napoletano era molto più esteso verso sud e l’area oggi occupata dalla città, così come l’area dei Campi Flegrei, era costellata di colline vulcaniche formatesi nei 20.000 anni precedenti.

Questa eruzione è avvenuta con una dinamica eruttiva complessa, dovuta a causa dell’interazione acqua/magma e dal verificarsi di un collasso calderico nel corso dell’eruzione di un’area vasta circa 90 km2.
L’eruzione ebbe inizio da un centro eruttivo ubicato nell’area nord-orientale dei Campi Flegrei e furono emessi 30-50 km3 di magma che ricoprirono un’area di circa 1.000 km2. I depositi vulcanici che si formarono con l’eruzione del Tufo Giallo Napoletano si trovano nell’area napoletano-flegrea, nella Piana Campana fino ai rilievi dell’Appennino e sommersi nel Golfo di Napoli.

I Campi Flegrei e il bradisismo

L’area dei campi flegrei è soggetta ad un fenomeno chiamato bradisismo. Il bradisismo indica una lenta deformazione del suolo che avviene con modalità diverse nel tempo, portando sia al sollevamento che all’abbassamento dell’area interessata.

La crisi bradisismica del 1970-1972

Nel 1970 vennero fatti dei rilievi altimetrici che misero in evidenza un sollevamento dell’intero centro abitato di Pozzuoli.

Il Serapeo si era alzato di circa 70 cm rispetto al livello misurato nel 1968.

Vennero perciò installati dei nuovi sismografi che registrarono dei piccoli terremoti, localizzati sul fondo del golfo di Pozzuoli, che portarono all’evacuazione del fatiscente rione Terra a Pozzuoli. Inoltre nei primi mesi del 1970 si notarono delle lesione nel centro storico di Pozzuoli ed evidenze di sollevamento del terreno.

il 26 marzo un forte terremoto fu avvertito dalla popolazione, senza però provocare danni. Nei mesi successivi le stazioni sismiche continuarono a registrare sporadici eventi sismici localizzati nel Golfo di Pozzuoli, seppure di piccola intensità.

Il sollevamento continuò fino al 1972, e raggiunse un valore massimo di 170 cm rispetto al 1968.

La crisi bradisismica del 1982-1984

Nell’estate del 1982 quando venne rilevato un aumento insolito del sollevamento del suolo nella zona di Pozzuoli. Il 2 novembre dello stesso anno, la popolazione avvertì un improvviso sciame sismico composto da ben 17 eventi in sole 2 ore. Questi eventi ebbero luogo appena a nord del porto di Pozzuoli, causando preoccupazione tra i residenti.

Tra giugno e novembre 1982, il sollevamento del suolo presso il porto di Pozzuoli fu stimato a circa 15 centimetri. Mesi dopo, il 15 maggio 1983, si verificò un evento sismico di magnitudo 3.4 localizzato a Pisciarelli, nella conca di Agnano. Da quel momento in poi, la sismicità si intensificò notevolmente, concentrandosi principalmente nell’area di Solfatara-Accademia. Il 4 ottobre 1983 segnò l’evento di maggiore intensità, con una magnitudo di 4, seguito il 13 ottobre da un’enorme serie di scosse sismiche che contò ben 229 eventi in poche ore. Fino alla fine del 1983, vennero registrati oltre 5.000 eventi sismici significativi.

Il 1984 portò un ulteriore aumento nel numero di terremoti di magnitudo più elevata, culminando con l’evento di magnitudo 3.8 dell’8 dicembre. Tuttavia, da quel momento in poi, la sismicità iniziò a diminuire in modo significativo fino a scomparire completamente nel 1985.

Durante il periodo di crisi, furono condotte livellazioni geodetiche di precisione a intervalli trimestrali. Queste misure dettagliate rivelarono che il sollevamento massimo del suolo si verificò nell’area di Pozzuoli. Nel corso dei due anni e mezzo, dal 1982 al 1984, l’area del porto di Pozzuoli subì un sollevamento impressionante di circa 185 centimetri.

Il supervulcano dei Campi Flegrei

I campi Flegrei NON sono un supervulcano.

Il termine supervulcano si usa per indicare un vulcano che ha fatto un’eruzione che ha prodotto più di 1000 km3 di materiale (ad esempio piroclasti).

Se andiamo a dare un’occhiata alla scala dell’Indice di Esplosività Vulcanica (VEI), quanto appena detto indica un VEI 8. Le due grandi eruzione dei Campi Flegrei, che abbiamo descritto in precedenza, hanno avuto un VEI 7.

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Il monitoraggio dei Campi Flegrei

Medusa

MEDUSA è un sofisticato sistema di monitoraggio multi-parametrico in mare. È costituito da quattro boe quasi identiche (due di tipo “meda elastica” e due a palo) posizionate su fondali inferiori ai 100 metri di profondità. Questa infrastruttura è stata realizzata per monitorare l’attività vulcanica nei Campi Flegrei, estendendo le reti di strumentazione geofisica esistenti sulla terraferma. Le boe sono dotate di moduli multi-parametrici posizionati sul fondale marino e sono installate nel Golfo di Pozzuoli a una distanza dalla costa che varia da 1 a 2,4 km, seguendo una specifica configurazione geometrica.

Esempio di boa del sistema Medusa, usata per il monitoraggio dei Campi Flegrei.
Esempio di boa del sistema Medusa

L’infrastruttura è composta da quattro boe e altrettanti moduli sottomarini cablati, a una profondità dell’acqua compresa tra 38 e 96 metri, dotati di sensori geofisici e oceanografici. L’infrastruttura è operativa dal 2016 e consente l’acquisizione e la trasmissione in tempo reale di tutti i dati al centro di monitoraggio INGV a Napoli, dove vengono integrati con quelli acquisiti dalle reti terrestri.

Ogni boa di MEDUSA è dotata di un ricevitore GNSS geodetico standard , un sistema di monitoraggio dell’orientamento, inclinazione e rollio, un dispositivo di monitoraggio dell’alimentazione del sistema complessivo (corrente, tensione e potenza del pannello fotovoltaico) e, solo per una delle boe, una stazione meteorologica (pressione dell’aria e temperatura, velocità e direzione del vento), una telecamera IP abilitata per il web e un radar a impulsi K-band per misurare le maree.

Ogni modulo sul fondale marino è dotato di un registratore di pressione inferiore , idrofoni a bassa frequenza e a banda larga, un sismometro triassiale a banda larga sul fondo oceanico con sistema di autolivellamento, un accelerometro triassiale a microsistemi elettromeccanici , sincronizzazione dell’orologio con riferimento temporale GPS assoluto su interfaccia RS-422, un sensore di bussola, un sistema di monitoraggio dell’alimentazione e, solo per uno di questi, un misuratore di corrente 3D con sensore di temperatura dell’acqua. Recentemente, è stato installato un inclinometro di precisione per fori di perforazione sul fondale marino per estendere la rete di inclinometri a terra fino al Golfo di Pozzuoli.

Tutti i dati acquisiti da MEDUSA vengono trasmessi in tempo reale all’ufficio operativo dell’Osservatorio Vesuviano a Napoli, dove vengono archiviati e analizzati. Inoltre, tutti i dati sono resi disponibili tramite un sito web dedicato, che consente agli utenti di visualizzare e scaricare le informazioni.

C’è anche una webcam per vedere cosa succede laggiù!

I Campi Flegrei: approfondimenti

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  • Autore: William Hamilton , Carlo Knight , Antonio Tommaselli
  • Collana:
  • Formato: Libro in brossura
  • Anno: 2020
Antonio Nirta
Antonio Nirta
Geologo classe '86, laureato in Scienze e Tecnologie Geologiche all'Università di Pisa. Oltre a fare divulgazione geologica, svolgo la libera professione di geologo ed insegno Matematica e Scienze. Adoro la scienza, la tecnologia e la fotografia. Lettore appassionato dei romanzi fantasy e dei romanzi storici, ho un debole per la pizza e tifo Juve.

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