la geologia della frana del Vajont

La geologia del disastro del Vajont

30 Ottobre 2026
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L’alluvione di Firenze del 1966: le cause geologiche

alluvione di Firenze del 4 novembre 1966

Sessant’anni dopo il 4 novembre 1966, la domanda non è più «cosa accadde», ma «perché accadde proprio lì». La risposta è scritta nelle rocce, nelle faglie e nella forma delle valli dell’Arno.

Immagina di essere a Firenze il 3 novembre 1966. Piove da giorni.

L’Arno fa un rumore diverso: non più uno scorrere, ma un ruggito basso e continuo. Poche ore dopo, una massa d’acqua e fango alta fino a circa cinque metri invaderà Santa Croce, il Duomo, gli Uffizi, la Biblioteca Nazionale.

L’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966 è entrata nella memoria collettiva come un disastro meteorologico, e in parte lo fu. Ma se ti fermi alla pioggia, ti perdi metà della storia.

Quell’evento fu il risultato dell’incontro tra una perturbazione eccezionale e un territorio che la geologia aveva, in qualche modo, predisposto ad accoglierla. In questo articolo ti guido attraverso le cause geologiche dell’alluvione di Firenze, dal substrato roccioso fino alla strozzatura che strangola l’Arno a valle della città.

I numeri di un evento eccezionale

Prima di entrare nel dettaglio geologico, fissiamo l’ordine di grandezza dell’evento. Le stime riportate dalla letteratura tecnica e dagli enti di bacino indicano:

  • oltre 400 mm di pioggia in 48 ore in alcune stazioni del bacino dell’Arno (valore massimo registrato di circa 437 mm);
  • una precipitazione ragguagliata sull’intero bacino dell’ordine di 160 mm in 24 ore, con punte attorno ai 250 mm;
  • una portata di picco superiore a 4.000 m³/s a Firenze, circa il triplo di quella di piene importanti più recenti;
  • un volume esondato nel centro storico stimato attorno ai 70 milioni di metri cubi;
  • 17 vittime a Firenze e 35 in tutta la Toscana, oltre a danni incalcolabili al patrimonio artistico e librario.

Sono cifre che dicono una cosa precisa: non bastava un temporale forte. Serviva un bacino capace di trasformare quasi tutta quella pioggia in piena.

Ed è qui che entra in scena la geologia.

Il bacino dell’Arno: un imbuto costruito dalla tettonica

Il bacino idrografico dell’Arno copre circa 8.200 km² dell’Appennino settentrionale, una catena nata dalla collisione tra la placca europea e il margine adriatico.

Per capire perché l’Arno si comporta come si comporta, devi leggere il bacino come un sistema di tre elementi: rocce, vallate e gole.

Il bacino del fiume Arno con i suoi affluenti principali.
Immagine tratta da “Reducing the Flood Risk of Art Cities: The Case of Florence” (May 2020,Journal of Hydraulic Engineering 146(5):02520001
DOI:10.1061/(ASCE)HY.1943-7900.0001741).

Rocce poco permeabili: la pioggia che non si infiltra

La catena appenninica toscana è costruita da falde tettoniche sovrapposte. Nell’alto bacino affiorano in larga misura:

  • le Unità Liguri, ricche di argilliti, argille a palombini e flysch calcareo-marnosi;
  • le Unità della Falda Toscana, con le arenarie del Macigno alternate a livelli pelitici e marnosi;
  • i depositi neogenici e quaternari dei bacini intermontani, spesso argillosi e limosi.

Che cosa hanno in comune? Una permeabilità complessivamente bassa. Le argille e le argilliti assorbono poca acqua e la rilasciano rapidamente in superficie; il Macigno, pur fratturato, è spesso coperto da suoli sottili. Quando il terreno è già saturo, come lo era dopo un ottobre piovoso, quasi ogni millimetro di pioggia in più diventa deflusso superficiale.

Versanti fragili e carico solido

Le formazioni argillose appenniniche sono anche le protagoniste di frane, colate e calanchi.

Durante piogge prolungate i versanti cedono, e i corsi d’acqua si caricano di sedimento. Una piena carica di fango e detriti ha una densità maggiore, erode di più, si accumula nelle sezioni strette e si comporta in modo più distruttivo.

Una catena di bacini intermontani

Qui la geologia diventa quasi architettura. Dal Pliocene in poi, la tettonica distensiva che affianca la compressione appenninica ha formato lungo l’asse dell’Arno una serie di depressioni tettoniche: il Casentino, il Valdarno Superiore e il bacino Firenze–Prato–Pistoia.

Queste conche, delimitate da faglie, si sono riempite di sedimenti fluviali e lacustri.

Per il fiume significa alternare tratti ampi (le piane, dove l’acqua si distende) e tratti stretti (dove deve forzare il passaggio attraverso rocce più resistenti).

È un sistema a camere e strozzature, e durante una piena eccezionale le strozzature diventano colli di bottiglia.

La Gonfolina: la gola che frena l’Arno

Se c’è un luogo che racconta la vulnerabilità di Firenze, è la Stretta della Gonfolina, a valle della città, tra Signa e Montelupo Fiorentino. Qui l’Arno attraversa un rilievo roccioso che separa la piana fiorentina dalla bassa valle.

Per lungo tempo la piana di Firenze fu occupata da un ambiente lacustre. Quando il fiume riuscì a incidere il suo percorso attraverso la soglia della Gonfolina, il bacino si svuotò e iniziò la sedimentazione alluvionale su cui oggi sorge la città. La strettoia, però, è rimasta. E ha una conseguenza diretta in caso di piena: l’acqua in arrivo supera la capacità di deflusso della sezione, si rallenta, e si accumula a monte, in un effetto di rigurgito che favorisce l’esondazione nella piana fiorentina.

Ricorda questa immagine: un grande lavandino con uno scarico troppo piccolo. Se il rubinetto (la pioggia, gli affluenti, la Sieve) riversa più acqua di quanta lo scarico (la Gonfolina) ne possa smaltire, il livello sale. E Firenze è nel lavandino.

Mappa dell’alluvione durante l’evento del 4 novembre 1966, con l’indicazione della profondità raggiunta dalle acque di esondazione. Immagine tratta da “Reducing the Flood Risk of Art Cities: The Case of Florence” (May 2020
Journal of Hydraulic Engineering 146(5):02520001
DOI:10.1061/(ASCE)HY.1943-7900.0001741).

Una città costruita su una piana alluvionale

Firenze sorge su una pianura alluvionale, il prodotto di milioni di anni di sedimentazione fluviale. È un terreno pianeggiante, a quota bassa, naturalmente destinato ad accogliere le acque di piena.

Non è un caso che la storia della città sia una storia di alluvioni: gli archivi ricordano eventi gravi nel 1333, nel 1557, nel 1844 e nel 1966, a conferma di un fenomeno ricorrente.

A questo si aggiunge un fattore decisivo: la confluenza di più affluenti a monte della città, tra cui la Sieve, che raccoglie le acque del Mugello.

Il 4 novembre 1966 l’onda di piena dell’Arno alto e quella degli affluenti si sovrapposero, producendo un picco che il tratto urbano non poteva contenere.

E le dighe? Un equivoco da sfatare

All’indomani del disastro, l’opinione pubblica puntò il dito contro le dighe di Levane e La Penna, accusate di aver scaricato acqua in modo improvviso.

Le indagini tecniche successive, e le valutazioni dell’Autorità di Bacino dell’Arno, hanno ridimensionato questa lettura: gli invasi, nel complesso, non aggravarono la piena e anzi ne laminarono una piccola parte.

La causa principale restò la quantità eccezionale di acqua che investì il bacino.

I fattori umani che amplificarono la geologia

La geologia crea la predisposizione, ma l’uomo può amplificarla. Tra i fattori spesso citati dagli studiosi:

  • Abbandono della montagna e dei terrazzamenti, con minore regimazione dei versanti;
  • Estrazione di inerti dall’alveo, che ha modificato il profilo del fondo e la dinamica del fiume;
  • Urbanizzazione e riduzione degli spazi di espansione naturale;
  • Sezioni dei ponti e platee non ottimizzate per il deflusso di una piena di tale entità (negli anni successivi sono stati eseguiti interventi, come l’abbassamento delle platee sotto il Ponte Vecchio).

Domande frequenti

Quando avvenne l’alluvione di Firenze?

Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1966. Le acque dell’Arno invasero il centro storico nelle prime ore del 4 novembre, raggiungendo in alcune zone altezze di circa cinque metri.

Quali furono le cause geologiche dell’alluvione di Firenze del 1966?

Le principali sono la scarsa permeabilità delle rocce dell’Appennino settentrionale (argilliti, flysch, depositi argillosi), l’instabilità dei versanti, la struttura a bacini intermontani e strettoie dell’Arno, in particolare la Stretta della Gonfolina, e la posizione della città su una pianura alluvionale.

Le dighe di Levane e La Penna causarono l’alluvione?

No. Le indagini tecniche e le valutazioni dell’Autorità di Bacino hanno stabilito che le dighe non aggravarono la piena e ne ridussero lievemente il picco.

Quanta pioggia cadde nel 1966 sul bacino dell’Arno?

In alcune stazioni si registrarono oltre 400 mm in 48 ore, mentre la pioggia ragguagliata sull’intero bacino fu di circa 160 mm in 24 ore, con punte attorno ai 250 mm.

Che cos’è la Gonfolina e perché è importante?

È la strettoia rocciosa attraversata dall’Arno a valle di Firenze, tra Signa e Montelupo Fiorentino. Limita la capacità di deflusso del fiume e, in caso di piena, favorisce l’accumulo d’acqua a monte, nella piana fiorentina.

Un’alluvione come quella del 1966 può ripetersi?

Dal 1966 sono state realizzate opere di mitigazione (invasi, casse di espansione, interventi sui ponti), ma Firenze resta una città esposta a piogge persistenti di più giorni. Il rischio non è azzerato, e gli studi tecnici continuano a indicare la necessità di ulteriori interventi.

Approfondimenti

Per approfondire il tema trattato in questo articolo ti consiglio la consultazione di questi libri.

Antonio Nirta

Antonio Nirta

Geologo classe '86, laureato in Scienze e Tecnologie Geologiche all'Università di Pisa. Oltre a fare divulgazione geologica, svolgo la libera professione di geologo ed insegno Matematica e Scienze. Adoro la scienza, la tecnologia e la fotografia. Lettore appassionato dei romanzi fantasy e dei romanzi storici, ho un debole per la pizza e tifo Juve.

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